Psicoterapia Analitica

Psicoterapia Analitica

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Le terapie ad orientamento psicoanalitico, se pure con varie differenze nei tempi, nei modi e nei tipi di intervento, derivano dalle teorizzazioni di Freud e danno importanza alle dinamiche interne e profonde della persona.
Nucleo centrale è il concetto di inconscio che svolge un ruolo significativo sia nello sviluppo dei disturbi psicologici sia nel normale funzionamento mentale. I processi mentali sono considerati inconsci quando il soggetto non ne è consapevole.

La terapie psicoanalitiche vedono il sintomo come espressione di forze contrastanti nell’individuo (conflitti inconsci) che producono risposte emozionali (ad esempio angoscia, sentimento di colpa, vergogna) e operazioni mentali difensive che possono portare a distorsioni del funzionamento della personalità nel suo complesso, e alla comparsa di sintomi.

I meccanismi di difesa sono operazioni mentali automatiche e inconsce a cui l’Io ricorre per padroneggiare l’angoscia e risolvere i conflitti intrapsichici. I meccanismi di difesa possono portare ad una gestione dell’angoscia e ad un adattamento, o alla formazione di tratti del carattere e di sintomi.

Le terapie psicoanalitiche usano come strumento di lavoro principale la relazione tra paziente e terapeuta.
Rispetto alla psicoanalisi classica di Freud, che è nata per occuparsi di particolari disturbi , come le nevrosi, con una frequenza di 4-5 sedute settimanali, con l’uso del lettino, oggi la psicoterapia psicoanalitica si è  molto modificata, modellando il tipo di intervento sulle necessità del paziente, aprendosi anche ad altre forme  di patologia, diventando più “flessibile” nella frequenza delle sedute, generalmente una, o due settimanali,   e non prevedendo necessariamente l’uso del lettino, ma l’utilizzo di classiche  e comode poltrone a seconda delle esigenze  e necessità del  paziente stesso.

Gli strumenti utilizzati sono: l’ ascolto delle comunicazioni verbali e non verbali del paziente; il monitoraggio del transfert, cioè del tipo di relazione che il paziente instaura con il terapeuta e dei bisogni desideri ed emozioni, consci e inconsci, che esso veicola; il monitoraggio del controtransfert, cioè delle emozioni, sentimenti, pensieri, ricordi prodotti nella mente del terapeuta dalla sofferenza e dal transfert del paziente; gli interventi verbali del terapeuta finalizzati alla costruzione di una solida alleanza terapeutica, allo sviluppo della funzione riflessiva, e alla promozione di insight nel paziente.

Obiettivi delle terapie psicoanalitiche sono: alleviare e curare la sofferenza psicologica, e la costruzione di un’organizzazione psichica più solida, come ad esempio un incremento del senso di padronanza sulla propria vita, un miglioramento della capacità di riconoscere e gestire i propri sentimenti, emozioni e comportamenti, un incremento dell’autostima realisticamente fondata, e della capacità di fare fronte alle difficoltà della vita in modo adattabile e realistico.
Tali obiettivi sono perseguiti principalmente cercando di promuovere nei pazienti insight cioè una comprensione cognitiva ed emotiva dei movimenti inconsci e delle origini del proprio disagio psicologico e del proprio sentire ed agire.

Le terapie psicoanalitiche hanno lo scopo di scoprire le cause profonde del disagio, permettere la risoluzione dei conflitti e portare ad una più completa conoscenza di sé.
Rispetto agli altri modelli terapeutici la terapia psicoanalitica tende a non focalizzarsi sul sintomo come aspetto circoscritto, ma cerca di integralo in una visione della persona nel suo insieme.
Un lavoro psicologico è efficace non quando fa cambiare le cose esterne, ma quando aiuta a sviluppare la capacità interiore di mettersi in relazione con l’esterno e con l’interno, allargando le capacità di ricevere. Il compito non è eliminare i conflitti ma aiutare la persona ad affrontarli.

Psicoterapia psicoanalitica breve:

La psicoterapia psicoanalitica breve costituisce un’utile applicazione della teoria psicoanalitica a varie situazioni cliniche.

La psicoterapia dinamica breve è una forma di psicoterapia psicodinamica che deriva dalla terapia psicoanalitica, ma focalizza l’attenzione dello specialista su specifici problemi d’ordine emotivo.

Con questo scopo, lo psicoterapeuta si sforza di sviluppare un rapporto terapeutico efficace nel giro di un breve arco di tempo. A differenza della psicoanalisi classica, di cui comunque assume la matrice metateorica dinamica, la psicoterapia dinamica breve si prefigge il compito di risolvere difficoltà particolari in un numero limitato di sedute.

Essa, da alcuni punti di vista, ritorna alle origini della psicoanalisi, perché i primi trattamenti effettuati da Sigmund Freud (Studi sull’Isteria) su pazienti isterici furono di breve durata; fu solo nella fase della maturità che egli si interessò di più allo studio del funzionamento psichico che alla vera terapia, e la lunghezza dei trattamenti si allungò. Già alcuni dei primi e più importanti allievi di Freud si distaccarono dalle sue idee, cercando metodi che potessero abbreviare il processo terapeutico.

Sándor Ferenczi nel suo lavoro: L’ulteriore sviluppo di una Terapia Attiva in Psicoanalisi (1920) sentì l’esigenza profonda di introdurre modalità tecniche attive, “incoraggiando direttamente i pazienti alla produzione di associazioni e fantasie” il più possibile inerenti al problema che si stava trattando, ed evitando le associazioni libere futili e fuorvianti.

Otto Rank, ne Il Trauma della Nascita (1924), insistette sull’idea di fissare un limite temporale al trattamento psicoanalitico.

Alfred Adler rinunciò all’uso del lettino, e decise di effettuare le sedute di fronte al paziente (posizione vis-à-vis).

Le prime esperienze cliniche tentate per rendere la psicoanalisi più breve e più efficace furono descritte da Alexander e French (1946): “il compito del terapeuta è di provocare nel paziente una ri-esperienza delle emozioni conflittuali nel transfert, perché questo può provocare un cambiamento terapeutico”, ri-esperienza che Alexander chiamò esperienza emozionale correttiva.

Michael Balint nel 1955 cominciò a sperimentare forme brevi di psicoterapia, e fondò il Brief Psychotherapy Workshop presso la celebre Tavistock Clinic, con un gruppo di clinici di grande perizia. La loro idea di partenza fu quella di circoscrivere la “zona del conflitto” del paziente, sulla quale concentrare il lavoro terapeutico. Balint coniò per definirla il termine Focus.

A metà degli anni ’60, David Malan postulò il rapporto tra i criteri di selezione dei pazienti, la tecnica terapeutica impiegata e la qualità dei risultati che era possibile ottenere, dimostrando con una grande quantità di materiale clinico che la psicoterapia dinamica breve era in grado di ottenere risultati duraturi anche nel trattamento di difficoltà molto strutturate.

Nel 1972, Peter Sinfneos propose la sua Psicoterapia Breve Mobilizzante l’Ansia (STAPP), con un approccio simile a quello di Malan, ma ancor più rigidamente focale.

Negli ultimi 25 anni la psicoterapia dinamica breve ha fatto notevoli progressi, soprattutto grazie alle innovazioni nella condotta della seduta introdotte da Habib Davanloo con la sua Psicoterapia Intensiva Dinamica Breve (1990): egli dimostrò, con un grande numero di casi videoregistrati, la possibilità di promuovere un cambiamento profondo con un atteggiamento molto attivo e incisivo da parte del terapeuta, spesso in meno di 40 sedute (anche per i disturbi del carattere). Ciò viene ottenuto, piuttosto che con la selezione dei pazienti, attraverso la mobilizzazione delle emozioni di Transfert, ed il lavoro diretto con la Resistenza, che conseguentemente si rende evidente nella relazione terapeutica.

La psicoterapia psicoanalitica breve, nella cosiddetta variante breve o meglio a durata predeterminata, utilizza la tecnica da intendersi come classica, in riferimento ad un approccio breve, ma psicoanalitico.

Le tre specificità essenziali sono:

  1. La durata predeterminata
  2. La scelta di un tema o focus
  3. Gli obiettivi da perseguire

Nella Psicoterapia breve la scelta del focus avviene tra i temi emersi nei colloqui esplorativi; consiste quindi nella risoluzione di specifici sintomi e di particolari conflitti. Come nel trattamento psicoanalitico classico vengono proposti al paziente, in via preliminare, alcuni colloqui di valutazione.

I pazienti idonei per un trattamento breve devono possedere una “funzione riflessiva” (Fonagy et al.,2002). Si tratta della capacità del paziente di compiere riflessioni sul proprio ed altrui comportamento, tali da comprenderlo come motivato da stati mentali ovvero da sentimenti, convinzioni, emozioni e desideri.

La fase diagnostica iniziale si basa su un’intervista focalizzata nella valutazione di quelle maggiori funzioni dell’Io che sono di primaria importanza nella psicoterapia breve. In sostanza gli strumenti della psicoterapia psicoanalitica breve consentono un’interpretazione più legata al qui ed ora dell’interazione, ossia a specifici elementi del transfert e controtransfert, oltre che ad aspetti del focus prescelto. Si può dunque dire che la psicoterapia breve impone all’analista, rapidità e vigilanza, nel cogliere ogni aspetto dell’interazione.

I colloqui si svolgono in assetto vis-à-vis in genere con frequenza settimanale. All’inizio del trattamento, è importante stabilire, sia la data di inizio che quella in cui il trattamento si concluderà, computando nel contempo la durata complessiva espressa in termini di mesi.

Pertanto, la psicoterapia psicoanalitica breve costituisce un’utile applicazione della teoria psicoanalitica a varie situazioni cliniche.