Personalità abnormi e Comportamento criminale

Personalità abnormi e Comportamento criminale

15/06/2021

L’annosa questione del rapporto tra disturbo mentale e condotta criminale è stata affrontata dalle scienze criminologiche e psicologiche da diversi fronti. 

Il progresso nelle scienze della psiche ha permesso di delineare il reato come prodotto delle influenze modellanti contesto-specifiche unite alle determinanti personologiche dell’autore; mentre l’esigenza criminologica è stata quella di definire le caratteristiche psicopatologiche in grado di sostanziare un grado ed una tipologia di infermità giuridicamente rilevante. 

La delineazione del criterio di infermità si è rivelata particolarmente controversa e per lungo tempo nevrosi e psicopatie, essendo ritenute “anomalie di carattere”, non sono state considerate ai fini dell’applicabilità degli art. 88 e 89 c.p.(1*). 

D’altro canto, il riferimento ai criteri diagnostici nosografici non ha mai rappresentato una valida soluzione per la conciliazione delle categorie giuridiche con quelle psicologiche, rischiando anzi di favorire una trasposizione pericolosamente allargata della capacità di intendere e di volere (Art. 85 c.p.) (2*).

L’esigenza di svoltare verso un approccio più comprensivo nasce dall’osservazione che gli stati di disturbo mentale più frequentemente riscontrabili in ambito giuridico si concretizzano proprio in anomalie patologiche del carattere e della personalità. 

Il problema, troppo a lungo trascurato, è quello di comprendere se, come e in quale misura simili quadri psicologici possano dimostrarsi idonei ad alterare in misura rilevante la percezione che l’autore ha della realtà esterna e del suo stesso agire e quindi delinearsi come cause di esclusione o riduzione dell’imputabilità.

Ciò che è rilevante ai fini del riconoscimento del vizio di mente non è infatti la diagnosi in sé stessa, ma lo stato di mente (Art. 88-89 c.p.) da essa determinato; ciò che rivela è la facoltà del disturbo di compromettere le capacità dell’agente di fruire di una percezione veritiera e fisiologica  della realtà esterna e di comprendere il disvalore sociale della condotta criminosa.

Con la sentenza Raso (n. 9163/2005) viene posta l’attenzione sulle caratteristiche di consistenza, intensità e rilevanza e gravità che i disturbi di personalità possono assumere, tanto da poterli prefigurare tali da concretamente incidere sul funzionamento dei meccanismi intellettivi e volitivi del soggetto. 

La dimensione del funzionamento introduce un nuovo livello di analisi ampliando la valenza del concetto di infermità: emerge quindi un approccio di tipo dinamico-funzionale per il quale l’infermità giuridicamente rilevante si costituisce nella confluenza di un disturbo funzionale che consegue ad un disturbo mentale.

Volendo andare oltre la lettura categoriale delle manifestazioni psichiche è possibile adottare un approccio che si rifaccia alla nozione di funzionamento dell’Io di Kernberg (3*). Lo stato di conservazione delle funzioni dell’Io corrisponde al grado di mantenimento delle capacità intellettive e volitive necessarie per esprimere un giudizio di realtà, ovvero al livello di organizzazione del funzionamento della personalità (normale, nevrotico, borderline e psicotico). 

In questo quadro l’organizzazione borderline di personalità (BPO) è complessivamente riportabile al gruppo di disturbi specifici di personalità e accomuna quella serie di condizioni per cui una persona mantiene pressoché per tutta la vita la capacità di compiere correttamente l’esame di realtà, eccetto che in particolari condizioni di stress, tanto che deve essere tenuta in considerazione la possibilità che le espressioni comportamentali durante questi episodi risultino in azioni delittuose. 

Alla luce di ciò il disturbo di personalità individua una storia di vita in cui occorre cogliere di volta in volta il “valore di malattia” dei relativi agiti. 

Per attribuire valore di infermità ad un atto, esso deve potersi interpretare come determinato al di fuori di una sufficiente possibilità di controllo cosciente; è dunque fondamentale poter ricondurre l’atto criminoso ad un quid novi nel compromesso funzionale della struttura personologica del soggetto, ovvero un contesto psichico emergente e disorganizzante che squarcia la continuità di funzionamento individuale. Ciò corrisponderebbe ad uno stato di disorganizzazione funzionale, all’interno della patologia stessa, nel quale possono essere ritrovate gravi manifestazioni di diffusione dell’identità; ovvero scivolamenti in esperienze di tipo psicotico che possono portare ad agiti in cui sono gravemente alterati il sentimento e/o l’esame di realtà. 

L’alterazione del sentimento di realtà determina uno stato di dissociazione transitoria, e si manifesta nella perdita dei confini tra mondo interno e esterno, accompagnato da uno stato di ansietà ed angoscia panica. 

La perdita dell’esame di realtà, invece, può portare ad episodi psicotici deliranti. 

È proprio durante questi scompensi che si possono manifestare comportamenti di violenza fisica incontrollabile i quali assumono dal punto di vista forense significato di infermità in quanto si correlano al sottostante funzionamento psicopatologico in fase di scompenso assumendo la valenza di reati-sintomo. 

Possiamo quindi affermare che la dimensione di gravità dei disturbi di personalità può essere ricondotta ad un’organizzazione di personalità di tipo borderline, ma è altrettanto vero che, anche se in presenza di un disturbo grave, se l’autore di reato ha mantenuto le aree funzionali del suo Io preposte alla comprensione del suo atto e delle conseguenze dello stesso deve comunque essere ritenuto imputabile.

  

(1*)  Art. 88 c.p. – Vizio totale di mente: “Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto,  era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere”.

Art.89 c.p. – Vizio parziale di mente: “Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere o di volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita.”

(2*)  Art. 85 c.p. – Capacità di intendere e di volere: “Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere.”

(3*)  Psicologia psicoanalitica e delle relazioni oggettuali (Kernbern, 1967).

 

Autrice: Dott.ssa Sara Maggi

Revisore: Dott.ssa Gioia Galli

 

BIBLIOGRAFIA:

Dattoli, L. M. (2014). L’incidenza dei disturbi della personalità sulla capacità di intendere e volere. Psichiatria e giurisprudenza a confronto sul tema. Crimen et Delictum, 8, 118.

Fornari, U. (2006). I Disturbi Gravi di Personalità rientrano nel concetto di infermità. Cassazione Penale, 01, 271-277. 

Fornari, U. (2018). Trattato di psichiatria forense (7° ed.) (Vol. 1). Milano: UTET Giuridica.

Kernberg, O. (1967). Borderline personality organization. Journal of the American psychoanalytic Association, 15(3), 641-685.

Kernberg, O. F. (1984), Disturbi gravi della personalità, Bollati Boringhieri, Torino, 1987.

Kernberg, O. F. (2005). Identity Diffusion in Severe Personality Disorders’. In S. Strack (Cur.), Handbook of Personology and Psychopathology (pp. 39- 49). Hoboken, NJ, US: John Wiley & Sons Inc.