Il Tai Chi come Terapia Complementare nella Malattia di Parkinson

Il Tai Chi come Terapia Complementare nella Malattia di Parkinson

16/07/2021

La malattia di Parkinson

La malattia di Parkinson è una patologia neurologica, tra i più frequenti dei cosiddetti “Disordini del movimento”, che prende il nome da James Parkinson, il primo a descriverla nel suo saggio del 1817 “An essay on the shaking palsy”.

È una patologia del sistema nervoso centrale (SNC) caratterizzata da rallentamento motorio, rigidità muscolare e tremore e, da un punto di vista morfologico, dalla degenerazione dei neuroni della zona compatta della sostanza nera del mesencefalo ventrale. Questa degenerazione porta all’interruzione della produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che contiene melanina. I sintomi compaiono, negli individui tra i 60 e i 70 anni, quado i livelli di dopamina nella sostanza nera diminuiscono fino a raggiungere livelli critici.

Sintomi

Non esistendo dei marcatori biochimici e neuroradiologici specifici, la diagnosi della malattia di Parkinson resta clinica e, secondo i criteri diagnostici previsti da Shoenberg e coll. (1985), si basa sul riconoscimento e la considerazione di quattro sintomi motori cardinali: la bradicinesia, il tremore, la rigidità degli arti e del tronco, e l’instabilità posturale. 

Oltre ai sintomi motori succitati, sono presenti dei sintomi definiti non motori, che, nonostante il tempo e gli studi trascorsi dalla scoperta della malattia di Parkinson, sono ancora difficili da inquadrare, poco riconosciuti e complicati da gestire a livello farmacologico. Questi tipi di sintomi si possono raggruppare in sei macro aree: sintomi neuropsichiatrici (tra cui ritroviamo la depressione, l’apatia, l’anedonia, l’ansia) , disturbi del sonno, sintomi autonomici (visto che lo squilibrio dei neurotrasmettitori ha conseguenze anche su altri sistemi ed organi del corpo, regolati dal sistema nervoso autonomico. Un esempio su tutti può essere l’ipotensione ortostatica), sintomi gastrointestinali, sintomi sensori ed altri (quali parestesia olfattiva, diplopia, visione offuscata).

Mentre molti di essi correlano con l’avanzare dell’età e quindi con l’acuirsi della MP, altri, come i disturbi del sonno, la costipazione, la depressione e i disturbi del sonno REM, sono presenti anche nelle prime fasi. 

Tra tutti i sintomi non motori, quelli che i pazienti vivono come maggiormente disabilitanti sono soprattutto i disturbi del sonno, dell’equilibrio, le difficoltà mnestiche e gli episodi confusionali (Gulati et al. 2004)

Terapie 

Pur essendo trascorsi ormai due secoli dalla scoperta della malattia di Parkinson, non esiste ancora una cura. Sono possibili solo interventi multidisciplinari che mirano a alleviare la sintomatologia. Ed è proprio la specificità dei sintomi dei singoli pazienti la discriminante nella scelta delle terapie e dell’approccio, sia esso farmacologico o chirurgico. 

Negli anni si sono succeduti tre diversi orientamenti:

1) Il più antico, quello anticolinergico, che per ridurre l’ipereccitabilità degli interneuroni facilitatori colinergici striatali, usava preparati naturali o di sintesi.

2) Il trattamento neurochirurgico stereotassico con funzione di interrompere i circuiti extrapiramidali attraverso i quali fluiscono gli eccitamenti abnormi (Costa e Caltagirone 2009, p 6).  

3) Il trattamento farmacologico con levodopa o con agonisti dopaminergici.

Decorso clinico

Dopo le reazioni positive ai farmaci, che possono protrarsi anche per alcuni anni, il paziente con MP, andrà incontro a complicanze di tipo motorio, in parte dovute alla progressione della malattia ed in parte al trattamento con levodopa. Ne risulteranno una perdita di risposta alla LD, con conseguente minor efficacia del trattamento; fluttuazioni motorie alternate a periodi di risposta alla LD; movimenti involontari che coesistono con tali fluttuazioni.

Alcune di queste complicazioni sono meno frequenti nei pazienti che assumono bassi dosaggi di LD ed hanno cominciato il trattamento in una fase precoce ed in associazione a dopamino-agonisti. (Costa e Caltagirone 2009).  

Nel tempo la risposta sempre più ridotta alla LD e l’alterazione anatomica e funzionale del sistema nigrostriatale, che non permetterà più alle cellule nigrali superstiti di poter immagazzinare dopamina e rilasciarla in modo fisiologico, porteranno a fenomeni di wearing off con ricomparsa dei sintomi e a quelli di on/off con fluttuazioni imprevedibili indipendenti dai valori plasmatici del farmaco. Questi fenomeni rientrano nella cosiddetta Long term Syndrome (LTS).

 

Cos’è il Tai Chi?

Il Tai Chi Chuan, conosciuto come Tai Chi, è considerato come una parte dell’arte marziale tradizionale che va sotto il nome di Wushu. E comprende vari stili che negli anni si sono evoluti e strutturati a partire dalle famiglie Chen, Yang, Wǔ, Wù e Sun, da cui sono nate scuole differenti, arrivate fino a noi. 

Le scuole utilizzano stili differenti con un numero di movimenti variabili che vanno a caratterizzare le forme. Si va dalla forma a 24 movimenti, la più comune, fino a quella ad 88.

Gli usi e le funzioni del Tai Chi si possono riassumere in: autodifesa, miglioramento della forma e forza fisica, benessere e consapevolezza, competizione e performance, scambio sociale e interazione. 

Tai Chi e salute

Nonostante la sua lunga storia, solo negli ultimi venti anni il Tai Chi è stato oggetto di studi scientifici, che vanno a chiarire ed a testare gli effettivi benefici per la salute della sua pratica. Tra questi ritroviamo: 

1) Pressione sanguigna e lipidi nel sangue

Studi confermano che la pratica regolare del Tai Chi abbassa la pressione sanguigna e migliora il metabolismo dei lipidi (Wang, 1999). 

2) Sistema immunitario

La pratica del Tai Chi ha un’influenza positiva nel proteggere i linfociti e nell’aumentare la regolazione immunitaria delle cellule, soprattutto negli adulti anziani e di mezza età (Liu, 2006).  

3) Funzioni cardio-polmonari

Essendo un esercizio aerobico ad intensità bassa o moderata ma di lunga durata, il Tai Chi aumenta le funzioni cardio-polmonari, migliorando la capacità vitale, la capacità polmonare massima e il consumo di ossigeno (Jia et al., 2008). 

4) Equilibrio

Il Tai chi si è rivelato efficace nel rallentare il declino delle capacità di equilibrio negli adulti anziani e di mezza età. Studi specifici hanno dimostrato che la funzione vestibolare, l’equilibrio statico, la forza muscolare, la propriocezione, l’agilità e la coordinazione, con conseguenze diminuzione della frequenza delle cadute (Fong et al., 2006).

5) Salute ossea

È stato dimostrato che il Tai Chi può essere un intervento pratico e sicuro nel mantenere la densità minerale ossea (Wang, 2000). 

6) Salute mentale

Studi recenti dimostrano che la pratica del Tai Chi ha una ricaduta positiva su disordini psicologici ed emozioni negative come depressione, ansia, allucinazioni e ostilità (Zhang et al., 2012). 

7) Qualità del sonno

La pratica regolare del Tai Chi migliora la qualità del sonno, ne riduce i disturbi e accorcia il tempo in cui ci si addormenta (Yang, 2003) 

8) Salute cerebrale

Uno studio ha mostrato quanto la pratica del Tai Chi possa aumentare il volume del cervello e migliorare la memoria e le funzioni esecutive in un gruppo di anziani cinesi senza demenza (Lam et al., 2012). 

 

Tai Chi e malattia di Parkinson

Di seguito saranno presi in considerazione diversi studi, svolti negli USA, in Korea e in Cina, su pazienti con MP, in media con una diagnosi da 6 anni, il 50% dei quali costituito da donne. 

Tra lo stile di Tai Chi maggiormente usato c’è quello Yang (80%) (Amano et al., 2013; Gao et al., 2014; Hackney and Earhart, 2008, 2009; Kim et al., 2011, 2014; Li et al.2015; Nocera et al., 2013) seguito dallo stile Sun (Cheon et al., 2013). La lunghezza media del training è stata di 12 settimane, con due incontri settimanali. Le osservazioni del gruppo di Tai Chi sono state confrontante con un gruppo di controllo, di danza e di altri tipi di esercizi ginnici.

Sintomi motori 

1) Equilibrio e cadute

Per valutare l’equilibrio e le cadute gli studi hanno utilizzato i seguenti test: l’equilibrio sulla singola gamba; la scala funzionale di equilibrio BERG, che va da 0 a 56, consta di 13 items, necessita di 20 minuti per la compilazione, di un training e dell’aiuto di un fisioterapista; Funcional reach test, che consiste nel misurare in centimetri la distanza tra la lunghezza del braccio e il massimo punto che riesce a raggiungere sporgendosi in avanti, mantenendo una base fissa di supporto, valuta così le condizioni di equilibrio che contribuiscono al rischio di caduta; il Tandem Stance test, che consiste nel porre un piede davanti all’altro mantenendo contatto tra dita del piede e tallone, sulla stessa linea, rimanendo in equilibrio dai 10 ai 13 secondi, con ulteriori variabili di difficoltà. 

Gli studi rivelano che i gruppi di Tai Chi presentano un miglioramento significativo riguardo all’equilibrio. Inoltre un follow-up di sei mesi mostra che il numero medio di cadute si è ridotto significativamente (Choi et al., 2013; Gao et al., 2014; Hackney and Earhart, 2008; Li et al., 2012).

2) Camminata 

Per valutare la camminata e l’andatura, gli studi hanno utilizzato: la partenza, la cadenza, la velocità, l’asimmetria, il tandem test, la lunghezza e la velocità del passo e lo spostamento della linea mediana durante la partenza della camminata. Gli studi non rilevano una differenza significativa nella camminata dei gruppi di Tai Chi (Amano et al., 2013, Choi et al., 2013; Gao et al., 2014; Hackney and Earhart, 2008; Kim et al., 2011, 2014). Un solo studio riporta un miglioramento dopo l’intervento (Li et al., 2007). 

3) Mobilità

Per valutare la mobilità è stato utilizzato il test Timed-up and go, che misura il tempo che una persona impiega per alzarsi da una sedia, camminare per tre metri, girarsi, tornare alla sedia e sedersi di nuovo. Gli studi riportano un miglioramento significativo nella mobilità se confrontati ai gruppi di controllo (Cheon et al., 2013; Choi et al., 2013; Gao et al., 2014; Hackney and Earhart, 2008; Li et al., 2007, 2012).

4) Resistenza aerobica 

La resistenza aerobica è stata valutata con il test del cammino (6MWT), che misura la distanza che un soggetto può percorrere in sei minuti, camminando il più velocemente possibile su una superficie piana, comprese pure tutte le interruzioni necessarie. Si riscontra un miglioramento significativo nei pazienti che hanno seguito il corso di Tai Chi rispetto a quelli del gruppo di controllo (Cheon et al., 2013; Choi et al., 2013; Hackney and Earhart, 2008; Li et al., 2007, 2012; Hackney and Earhart, 2008).

Sintomi non motori 

Attraverso il lavoro sulla forma, sulla coordinazione non solo tra le varie parti del corpo ma anche tra respiro, movimento ed attenzione, il Tai Chi richiede un alto coinvolgimento cognitivo, ciò dimostra la ricaduta positiva anche sui sintomi non motori, che spesso risultano essere altrettanto invalidanti per i pazienti con malattia di Parkinson.

1) Sintomi non motori globali

I sintomi non motori globali sono stati valutati attraverso la Non-motor Symptoms Scale (NMSS) che comprende 9 dimensioni: cardiovascolare, sonno/stanchezza, umore/aspetti cognitivi, problemi percettivi, attenzione/memoria, problemi gastrointestinali, urinari, funzione sessuale, misti. Gli studi hanno mostrato un significativo miglioramento nei gruppi di Tai Chi (NMSS score: < 0.001, = 0.002) (Jing et al., 2017; Nocera et al., 2013; Xiaohu et al, 2017; Song et al., 2017; Choi et al., 2013).

2) Qualità del sonno

I disturbi del sonno sono stati valutati attraverso la Parkinson’s Disease Sleep Scale, formata da 15 items le cui dimensioni sono: qualità generale del sonno, tempo per addormentarsi e insonnia, irrequietezza notturna, psicosi notturna, nicturia, sintomi motori notturni, assopimento del giorno successivo. Nei gruppi di Tai Chi si rileva un significativo miglioramento della qualità del sonno (PDSS score: < 0.001, < 0.001) (Jing et al., 2017; Nocera et al., 2013; Xiaohu et al, 2017; Song et al., 2017; Choi et al., 2013).

3) Depressione

Per valutare la depressione è stata utilizzata Hamilton Depression Scale (HAMD), che attraverso i 21 items permette di indagare gli aspetti fisiologici e più pervasivi della patologia. Dagli studi non risultano miglioramenti nei gruppi di Tai Chi presi in esame se comparati ai gruppi di controllo  (HAMD score: = 0.123, = 0.170) (Jing et al., 2017; Nocera et al., 2013; Xiaohu et al, 2017; Song et al., 2017; Choi et al., 2013).

In altri studi (Wang et al., 2000) si riscontra un miglioramento dei sintomi depressivi, comune anche alle pratiche dello Yoga e del Qigong (SMD = -1.61, p==,002). Questo effetto è in parte dovuto dall’espressione delle sostanze neurotrofiche e dalla sintesi e dall’espressione dei neurotrasmettitori delle monoammine. 

4) Disturbi cognitivi

Per la valutazione dei disturbi cognitivi è stato usato il Montreal Cognitive Assessment (MoCA) invece del MMSE, perché ritenuto più sensibile nel rilevare il decadimento e il danneggiamento cognitivo dovuto a disfunzioni non dipendenti dalla memoria. Permette di valutare le funzioni esecutive e visuospaziali, la memoria, l’attenzione, il linguaggio, l’astrazione e l’orientamento. Gli studi non mostrano miglioramenti significativi nel gruppo di Tai Chi (1.63 versus 0.58) (Jing et al., 2017; Nocera et al., 2013; Xiaohu et al, 2017; Song et al., 2017; Choi et al., 2013).

5) Stress

Come già accennato precedentemente, durante la pratica del Tai Chi c’è una continua stimolazione cognitiva, per poter coordinare attenzione, azione motoria volontaria, controllo posturale, visualizzazione e respirazione. Ciò ha mostrato una significativa diminuzione dello stress nel gruppo di Tai Chi (Reid et al., 2012) 

 

Questa tipologia di intervento preso in esame si presenta come efficace nell’alleviare sintomi motori e non motori nella MP, oltre ad avere costi bassi e assenza di effetti collaterali. Il lavoro psicofisico permette di lavorare su tre livelli: fisico, emotivo e mentale. I soggetti, aumentando la consapevolezza dei loro sintomi motori e non motori, modificano il loro comportamento nell’affrontare la malattia di Parkinson e di conseguenza nell’affrontare la vita quotidiana.

Come riportato da alcuni studi (Chan et al., 2016), ci potrebbero essere dei benefici anche per i caregiver, diminuendo da un lato il consumo di benzodiazepine, di cui si abusa per far fronte ai sintomi depressivi che la gestione comporta, dall’altro pesando di meno sul servizio sanitario nazionale.

Bisogna però tener presente che questi interventi che appaiono così agevoli ed abbastanza sicuri, debbano essere affiancati da investimenti strutturali e da un cambio di percezione che permetta di considerare l’essere umano in tutta la sua totalità. Consapevoli della continua interazione ed interconnessione tra dinamiche psicologiche, fisiche, emotive, sociali e spirituali, e di come esista un travaso continuo tra queste parti.

 

Autore: Dott. Nunzio Di Sarno

Revisore: Dott.ssa Gioia Galli

 

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